Monumenti

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Su Pangulieri - Su Cantaru mannu



Paulilatino è uno dei territori della Sardegna più ricchi di monumenti che vanno dal periodo nuragico in poi.

Monumento simbolo del centro abitato è sicuramente la fontana de Su Cantaru Mannu in Piazza indipendenza, conosciuta dai paulesi come su Pangulieri.

Numerosissimi sono i nuraghi, lo tombe dei giganti, le domus de Janas, alcuni di questi monumenti sono presenti anche all'interno del centro abitato. Sono presenti anche reperti di periodi successivi.

Il paese è famoso in tutto il mondo per la presenza nel parco archeologico di Santa Cristina del pozzo sacro, un esempio di altissima ingegneria del periodo nuragico.

Caratteristico è il centro storico che può esser definito, senza ombra di smentita, un unico monumento, patrimonio della comunità e custode della memoria storica del paese.

Le chiese risalenti a diversi periodi e costruite con diversi stili ci permettono di ammirare molte opere d'arte, alcune delle quali di pregiatissimo valore.

Chiesa parrocchiale San Teodoro Martire




 Intitolata a San Teodoro martire la chiesa parrocchiale di Paulilatino sorge nel nucleo antico del paese, attorno al quale si è sviluppato, nel tempo, l’attuale assetto urbano. Patrono dell’esercito bizantino, da cui il culto fu probabilmente diffuso poi in tutta la Sardegna, San Teodoro è anche il patrono di Paulilatino e si festeggia il nove di novembre. Non si conosce di preciso la data di costruzione della chiesa, ma ricadendo Paulilatino sotto la giurisdizione amministrativa dei camaldolesi stanziati a Bonarcado, l’edificazione dell’impianto originario potrebbe essere datato intorno alla fine dell’ XI secolo o all’inizio del XII, ad opera di capomastri monaci e mano d’opera locale. Della chiesa dedicata al martire Teodoro si hanno notizie a partire dal 1342, quando il canonico Giovanni Capra, Rettore della parrocchiale di Paule Latina, versa al Vescovo di Santa Giusta Lire XXV di alfonsini (Rationes Decimarum Sardiniae, n. 396). Naturalmente l’impianto originario non è più riconoscibile stravolto da ampliamenti, ripristini e superfetazioni anche recenti. La Chiesa parrocchiale di San Teodoro è in stile gotico-aragonese. L’edificio attuale presenta, comunque, strutture più tarde, probabilmente cinquecentesche, secondo la tipologia sardo-catalana con capilla mayor (capella maggiore) voltata a crociera costolonata e gemmata, cappelle laterali, copertura a capriate che fra il 1814 e il 1816 venne sostituita con le volte in mattoni. Ha una pianta a croce latina con tre navate, transetto, presbiterio e coro. Il presbiterio è rialzato rispetto alle navate e la sua volta a cupola è arricchita da un affresco rappresentante Maria Assunta in cielo realizzato nel 1827 da Luigi Barberis. La costruzione del coro risalirebbe al 1400. Il pavimento in marmo è stato fatto a spese della popolazione per iniziativa del Rettore Loi nel 1879 (come emerge dalla relazione per la visita pastorale del 1912). La chiesa presenta due ingressi: uno principale disimpegnato da una bussola lignea a tre vie e uno laterale che si apre sulla via Roma, poco distante dall’ingresso della chiesa di San Giovanni. Sempre al XVI secolo va riferito il campanile a canna quadra con paraste angolari in rilievo e slanciate specchiature attualmente coperte da intonaco. La cella campanaria ha quattro finestre archiacute e archetti pensili ogivali segnano la cornice superiore; il coronamento è piano con balaustra lapidea e merlatura a tridente. Il cupolino “a cipolla”, rivestito da coppi maiolicati policromi, è di gusto settecentesco. I lavori di costruzione della chiesa dovettero proseguire per tutto il Cinquecento, in prossimità dell’ingresso, sulla prima colonna a sinistra della navata centrale, su un concio è incisa la data MDLX [XV] 1560 e la sigla C M. Sul timpano del portone principale l’incisione 1642 potrebbe stare ad indicare la data di costruzione dello stesso portale composto da due semicolonne poggianti su alti plinti che sorreggono una doppia trabeazione dentellata e il timpano triangolare, decorato all’interno da un elegante rilievo a girali d’acanto e da una nicchia centinata con catino valviforme rinserrata entro un’edicola a timpano spezzato. Quest’ultima ricalca l’edicola rinascimentale dell’Archivietto nel duomo di Oristano, datata 1626, che servì da modello al portale stesso. Sul medesimo asse un rosone inscritto entro una cornice quadrangolare dà luce alla navata principale.

Chiesa Santa Maria Maddalena



La chiesa di Santa Maria Maddalena, più familiarmente nota ai paulesi semplicemente come chiesa di Santa Maria, si trova al centro del paese poco distante dalla chiesa parrocchiale. E’ una chiesa del 1600 anche se probabilmente è stata costruita molto tempo prima. È stata restaurata a spese dei proprietari Francesco Carta Vidili fu Pietro e Salvatore Stara Vacca nel 1820. Allo stato originario era senz’altro più piccola dell’attuale, c’è stato infatti un accrescimento sul retro, che ha portato alla creazione dell’attuale sagrestia in cui troviamo una nicchia dove forse c’era una fontanella. Ciò significa che questa parte dovrebbe essere stata costruita nel 1800. La chiesa è costituita da un’unica navata con un tetto a due falde originariamente in legno. In un secondo momento la copertura lignea è stata trasformata in un solaio di laterizio armato. Questa struttura ha imposto la presenza di contrafforti laterali. Durante l’ultimo restauro è stato smantellato l’unico altare della chiesa (rivestito in marmo) ed è stato riportato alla luce l’altare originale in muratura composto da tre nicchie. Ha un ingresso principale e due ingressi laterali da uno dei quali oggi non si accede più all’esterno ma ad un cortiletto interno. Attualmente è stata restaurata ed è stato rifatto il tetto ligneo. Il pavimento è in cotto. La chiesetta di Santa Maria Maddalena chiusa tutto l’anno apre le porte il 22 luglio per la festa della Santa. La festa molto sentita dai paulesi è preceduta dalle novene che si concludono ogni giorno con il tradizionale canto dei gosos.

Chiesa San Sebastiano

La chiesa di San Sebastiano del XVII secolo è la più recente delle chiese di Paulilatino. Probabilmente un tempo chiesa campestre è stata successivamente inglobata all’interno del cimitero del paese. Pare sia stata edificata in segno di devozione e di ringraziamento al Santo dopo la grande pestilenza che colpì l’Isola nel 1652-56 decimando la popolazione del paese. A Paulilatino si registravano anche 27 morti in un solo giorno. La Chiesa molto semplice ha una pianta rettangolare e 2 ingressi: uno principale, posto proprio di fronte all’ingresso del cimitero, e uno laterale. È costituita da una navata, in fondo alla quale è posto un altare in muratura a tre nicchie con al centro la statua di San Sebastiano. Ai lati dell’altare due accessi permettono l’ingresso in sagrestia. Del tutto priva di finestre laterali la chiesa prende luce da una finestra rettangolare posta sulla facciata e nel retro da una finestra a mezzaluna che si trova in sagrestia. Durante l’ultimo restauro il pavimento è stato rifatto in cotto e in pietra basaltica. Sul lato destro della facciata si erge una piccola torre campanaria. Accessibile tutto l’anno negli orari di apertura del cimitero vi si celebra la messa esclusivamente in occasione della festa di San Sebastiano il 20 gennaio e nel mese di novembre per Tutti i Santi.



Chiesa Madonna d'Itria

La chiesa della Madonna d’Itria, sa Ìtiri per i paulesi, è forse la più antica del paese. Il primo documento scritto si trova nel registro dei matrimoni dove si legge che il 15 gennaio 1516 “Inpera de Serra et Susanna Coco anta leadu benedizione insa eclesia de Nostra Segnora”. La costruzione originaria è precedente al 1516 ed ha subito nel tempo vari interventi, modifiche e aggiunte. L’impianto attuale dovrebbe risalire al 1700. La chiesa presenta una pianta rettangolare ad una navata divisa in tre campate con tre altari: l’altare maggiore e due laterali, quello di sinistra è dedicato a Nostra Signora d’Itria (come l’altare maggiore) e a San Costantino imperatore quello di destra. La copertura originaria era costituita da due falde inclinate in legno che, in seguito, sono state sostituite da un solaio in laterizio armato che ha richiesto l’immediata realizzazione dei contrafforti. In fase di restauro della volta dell’abside è stato riportato alla luce un affresco, anche le pareti mostrano qualche residuo di affreschi successivamente ricoperti da intonaco. Durante l’ultimo restauro è stato inoltre ripristinato il tetto in legno. La facciata rivolta ad occidente (orientamento consueto di tutte le antiche chiese sarde) è divisa verticalmente in tre scomparti. In quello centrale si apre il portale rettangolare e sopra di esso una finestra ogivale con cornice di trachite rossa. I due scomparti laterali simmetrici si raccordano a quello centrale con una modanatura curvilinea. Il campanile a vela è accorpato alla facciata nel lato sinistro e sulla sommità è posta una croce in trachite rossa. Tra il campanile e il primo contrafforte si apre una camera a pianta quadrata chiusa da un cancelletto. La chiesa oltre l’ingresso principale ha 2 ingressi laterali uno rivolto a settentrione verso l’abitato e l’altro a meridione sulla piazza che guarda verso l’antica palude. La grande devozione che la popolazione di Paulilatino ha per Nostra Signora d’Itria risulta documentata già dalla seconda metà del ‘600 con donazioni e prosegue ancora oggi con l’organizzazione dei festeggiamenti da parte dei fedeli. La festa dell’Itria non ha una data fissa in calendario ma si celebra il martedì successivo alla domenica di Pentecoste. La sera del vespro sul piazzale della chiesa viene acceso un grande falò in segno di gratitudine alla Vergine d’Itria per la fine di una pestilenza, pare la terribile peste secentesca.

Chiesa San Giovanni Battista ( delle anime )




Fa parte dello stesso isolato della Chiesa parrocchiale la Chiesetta delle Anime detta anche Chiesa di San Giovanni. La costruzione risale probabilmente al secolo XVI ossia allo stesso periodo della Chiesa di San Teodoro. Vi si può accedere sia dalla Via Roma, su cui si affaccia l’ingresso principale, sia dalla sagrestia della Chiesa di San Teodoro, dalla quale è separata da un piccolo cortile. La Chiesa è costruita interamente in pietra basaltica, ha la facciata a capanna con due laterali rinforzanti, con un semplice portoncino d’ingresso in trachite. Internamente la chiesa è composta da un’unica navata centrale con sovrastante tetto a capanna poggiante su archi a tutto sesto. All’interno, attualmente intonacato e tinteggiato, risaltano gli archi in pietra a vista. Ai lati dell’unico altare esistente, costruito in muratura di pietra, due porte collegano la navata alla sagrestia. La pavimentazione originariamente in pietra basaltica, lavorata e levigata, venne sostituita dopo il restauro da una pavimentazione in cotto. Il tetto è sostenuto da una semplice travatura in legno. La sera del Venerdì Santo approda qui la processione del Cristo Morto e da qui il giorno di Pasqua, con il sottofondo delle campane che suonano a festa, escono i confratelli che accompagnano il simulacro del Cristo Trionfante per la tradizionale processione de s’Incontru con la Madre Maria. Generalmente chiusa la chiesa riapre le porte il 23 e 24 di giugno in occasione della festa di San Giovanni Battista e nei giorni antecedenti per la celebrazione della novena in onore del Santo che si conclude ogni sera con l’intonazione del caratteristico canto dei gosos a lui dedicati. La sera del 23 giugno all’imbrunire, al tocco dell’Ave Maria, la chiesa viene illuminata dall’accensione de sos foghilones, piccoli falò realizzati con fusti essiccati di fave e una croce di canne adornata di fiori ed erbe profumate.

Chiesa di Santa Cristina




La chiesetta, edificata nel 1200, è ad una navata, con due nicchie ed un piccolo campanile a vela sulla parte sinistra della facciata. Probabilmente, in origine, fu edificata in stile romanico ma ad oggi, dopo varie ricostruzioni, si conserva ben poco della struttura originaria. La chiesa, pur trovandosi a breve distanza da Paulilatino,  apparteneva ai monaci Camaldolesi di Santa Maria di Bonarcado, da cui fu fondata intorno al   XII-XIII secolo, e faceva parte del priorato di Bonarcado. Fra gli abitanti dei due paesi si crearono rivalità per il possesso del santuario. La controversia fra Bonarcado e Paulilatino ebbe soluzione nel 1914, quando avvenne la cessione alla Parrocchia di Paulilatino della     chiesa campestre. Le parti più antiche della costruzione sono riscontrabili nei muri perimetrali delle pareti laterali e del fondo, costruiti con pietre di varie dimensioni cementati con frammenti di tegole e di ceramiche. Agli spigoli sono presenti conci di basalto, forse provenienti dall’area del tempio a pozzo. Intorno alla chiesa sono disposti i muristenes, piccole abitazioni costituite da uno o due ambienti e dotate di cortile nella parte retrostante, utilizzate dei devoti durante il periodo di celebrazione delle novene.

Il Centro Storico



Salvaguardare la propria identità significa anche preservare il ricordo delle abitudini, degli stili di vita, delle tecniche edilizie e tutti quei dettagli che hanno identificato una comunità.

Il territorio del Comune di Paulilatino è tra i più ricchi in quanto a presenza di reperti preistorici e storici, oltre duecento, di pregiatissimo valore, alcuni di questi    si trovano all'interno del centro abitato, tutti su terreni di proprietà privata e non del demanio, per quanto sottoposti a vincolo archeologico e paesaggistico.

Paulilatino è da sempre molto sensibile a questo aspetto e può vantare uno dei centri storici più caratteristici e preservati dell'intera Sardegna che ci viene ammirato oltre che dai numerosi turisti anche dal MiBACT, dalla sopraintendenza ai beni archeologici e da numerosi esperti del settore.

Attraverso politiche di restauro conservativo adottate ancor prima che venissero promulgate le Leggi in materia di tutela, (Il piano urbanistico comunale prevedeva infatti già dagli anni '90 le norme di salvaguardia e siamo tra i pochissimi Comuni giunti al terzo rinnovo del Piano Particolareggiato per la tutela e valorizzazione del Centro di antica e prima forzazione - Centro Storico) e grazie all'utilizzo di fondi regionali mirati, si è potuto dar corso a una importante campagna per risistemare quasi tutte le stradine interne con lastricato o acciottolato, ripristinare infissi in legno e muri in pietra basaltica (materiale prevalentemente usato nell'ediliza del passato in quanto il teritorio di Paulilatino, essendo zona limitrofa al vulcano estinto del Montiferru, ne è ricchissimo). Oggi oltre alle abitazioni private è possibile anche soggiornare in alcuni dei B&B presenti nel centro storico che offrono agli ospiti panorami e sensazioni di altri tempi

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Su Pangulieri e Su Cantaru Mannu

Piazza Indipendenza - Su Pangulieri




Su Cantaru Mannu e Su Panguglieri

La piazza principale del paese, oggi Piazza Indipendenza, per i paulesi è da sempre chiamata “Su Pangulieri”.

Il termine sardo “panga” , ha il significato di banco dove si tagliava e si vendeva pubblicamente la carne; secondo altri invece deriverebbe da “Banguglieri” , luogo dove ai tempi di Eleonora D’Arborea venivano esposti al pubblico disprezzo coloro i quali falsificavano il segno regolamentare per vendere i cuoi.(Cfr. art. 110 della Carta de Logu di Eleonora d’Arborea). In relazione a questo va ricordato che esisteva anticamente la figura del banditore che aveva il preciso compito di andare in piazza a proclamare gli avvisi di ogni genere. Questo si precisa perchè le piazze sono luoghi deputati a precisi compiti sociali, per cui non è un caso che là, per il posizionamento della fontana di distribuzione dell’acqua,  venga esplicitamente scelto dall’amministrazione questo luogo. Banduleri è attestato come termine di uso sardo e avrebbe il significato di vagabondo ma anche di venditore ambulante.  

Secondo un viaggiatore dell’ottocento, Henrich Von Maltzan, che visitò Paulilatino nel 1869, la domenica era l’unico giorno della settimana in cui venivano macellati gli animali ed il tutto era annunciato dal suono di un tamburo. Gli animali da macello venivano condotti in processione per il villaggio fino alla piazza principale dove venivano uccisi.

Al centro della piazza è situata una fontana che i paulesi chiamano “Su Cantaru Mannu” costruita per la distribuzione dell’acqua potabile alla popolazione. E’ la più mponente fontana pubblica, costruita subito dopo l’acquedotto (terminato nel 1866, lungo km 6,594).

La costruzione della fontana risale al 1868, sotto la direzione dell’ing. Pietro Cadolini, quando era sindaco di Paulilatino il notaio Antonio Atzori, padrone del “palazzo Atzori”. Le  spese finali per la realizzazione ammontarono a 121.644,20 lire e per coprirle il Comune contrasse diversi debiti, dovuti anche ai numerosi contenziosi nati sia con Cadolini che con l’impresa. Nel novembre 1859 con una delibera il Comune decide di comprare la casupola del cav. Deiana sita in su Banduleri per la vendita della carne mentre nel 1866, il consiglio comunale decide l’esproprio per pubblica utilità di alcune casupole site nella piazza dove andrà collocato l’edificio distributore, secondo la sistemazione dell’ing. Pietro Cadolini.  

Il quale collocò la fontana su un basamento gradinato che circonda l’edificio al quale si arriva quindi salendo tre gradini, si compone come un doppio parallelepipedo, dove in quello inferiore vengono incassate le vaschette dotate sotto di un ulteriore gradino, due per le vasche dei lati corti della struttura.

Le bocche erogatrici sono in tutto sei, due nei lati lunghi e una nei lati corti. Una cornice con leggere modanature decora la struttura e chiudono superiormente la costruzione semplici pietre squadrate lavorate a grana fine come nel resto dell’edificio.  

Nella sommità è posizionata una statua di gusto purista in pietra di Viggiù ad opera dello scultore Luigi Rossetti Buzzi. La statua posa su un piccolo basamento di pietre, è appoggiata ad un ramo come spesso si usa fare per dare maggiore stabilità alla statua che priva di un appoggio consistente rischierebbe di rompersi facilmente per la fragilità delle caviglie.  

Nella tradizione popolare la statua prende il nome di Eva, anche se sembra plausibile l’interpretazione che forse rappresentasse l’acqua mater fecondatrice nella sua posa con il braccio destro teso indicherebbe secondo alcuni la sorgente di Sa Bubulica​

Se si osserva con più attenzione la mano della statua si nota che rimane chiusa con un pugno, come di solito si fa quando si tiene in mano qualcosa, se stesse indicando sarebbe lecito pensare che avrebbe anche l’indice proteso a enfatizzare la direzione in cui guardare. Sembra perciò una deduzione più poetica e folkloristica che realmente motivata, quella che la statua stia indicando la fonte.

Nel 1881 l’acquedotto si trovava già in pessime condizioni, quindi il 21 marzo 1884 viene registrato l’appalto dei lavori. In relazione ai lavori della condotta viene anche analizzata l’acqua della sorgente, avendo spedito un campione di queste acque nel 1880 a Londra. Negli anni Sessanta del Novecento viene infatti pubblicato sul giornale un articolo dove si dimostrerebbe una stretta parentela chimico-fisica tra l’acqua di Sa Bubulica e quella di Fiuggi.

La condotta aveva comunque bisogno di interventi di adeguamento essendo composta ancora da tubi messi in opera da Cadolini, e avendo subito pesanti danni durante la seconda guerra mondiale quando i militari di istanza nei pressi del serbatoio lo usarono addirittura come piscina d’estate. Si procedette infatti all’adeguamento dell’acquedotto nel 1975 e lo spostamento del serbatoio.

La piazza e i viali circostanti erano caratterizzati da suggestivi olmi ammalatisi di grafosi che vennero curati nel 1966 da un istituto americano. Al giorno d’oggi non c’è traccia dellasuggestione che spinse gli americani a curare questi alberi ed è conseguenza del rifacimento della piazza che avvenne nel 1990, su un progetto approvato nel 1988. Il progetto che prevedeva il rifacimento della pavimentazione della piazza in granito rosa, riportando la fontana al livello originale e il taglio dell’ultimo superstite di questi famosi olmi, destò numerose polemiche tra gli abitanti del paese che arrivarono addirittura a firmare una  petizione con l’intento di bloccare i lavori. Si procedette comunque alla realizzazione del progetto previsto con il granito, che difficilmente si trovava tradizionalmente in paese, della varietà rosabeta di Gallura e cordonate di basalto. La scelta di questa pietra era stata  giustificata dal fatto che fosse quella che più si avvicinava al colore della statua di su cantaru  mannu e che avrebbe fatto risaltare il nero del basalto della fontana. Senza entrare nel merito di questo progetto, di sicuro la pulizia alla statua della fontana fatta durante i lavori ci permette di avere testimonianza del colore originario della statua.